domenica, ottobre 30, 2011

A tempo quasi indeterminato

Secondo alcune recenti idee o proposte, ad esempio il mio attuale contratto di lavoro "a tempo indeterminato" potrebbe essere trasformato in un contratto "a tempo indefinito", "a sorpresa", o meglio "a discrezione" della controparte.

Bello. Si firma un contratto (di lavoro), che una e una sola delle parti può a suo giudizio rescindere "per motivi economici o organizzativi".


Economici: quando un lavoratore firma un contratto di lavoro lo fa per motivi economici, perché gli servono i soldi per vivere (e per far vivere la sua famiglia, nel caso). Anche l'azienda (o ente) lo fa per motivi economici, perché gli torna utile fare soldi utilizzando il lavoro fornito dai lavoratori.


Organizzativi: non conosco nemmeno una realtà lavorativa in cui l'organizzazione del lavoro sia decisa dai lavoratori: è sempre l'azienda (o l'ente) che stabilisce quale debba essere la migliore organizzazione del lavoro. E quindi questa stessa azienda (o ente) potrà improvvisamente dire: "accipicchia, ho sbagliato ad organizzare il lavoro, mi servono meno dipendenti di quanti ne ho ora, quindi ne licenzio un po'". Immediatamente dopo, si chiederà: "quali licenzio?" e si risponderà (sempre tutto da sola, tanto nessuno potrà impedirglielo): "quelli che mi costano di più, in relazione a quanto io (azienda) sono in grado di ricavarne".


Non fa una piega. Se non fosse che quei licenziati si troverebbero (ho paura a scrivere "si troveranno") da un giorno all'altro in mezzo a una strada, incluse le loro famiglie. Potrebbero cercarsi un nuovo lavoro? Probabilmente le cause che hanno portato al loro licenziamento riguardano tutto il comparto o settore di attività. Potrebbero riconvertirsi ad altri lavori? Certo, e con quale visibilità del "mercato del lavoro"? Mica ci sono (non dico) i piani quinquennali di sviluppo, ma una qualsiasi conoscenza delle attività più promettenti, nessuna indicazione di una direttrice nel medio termine. E allora? allo sbando: si accetta quello che si trova, ognuno coi suoi mezzi, ci si accontenta di guadagnare qualche spicciolo o si va ad alimentare il mercato "nero".

E nel frattempo si perdono o si vanificano tutti quei valori coltivati durante gli anni di lavoro (contributi pensionistici, anzianità, competenze).

Non credo che basterà aumentare di nuovo l'aliquota IVA (tanto per fare un esempio) per recuperare il mancato gettito di tutti quegli acquisti che i nuovi disoccupati non faranno più, perché non se lo possono più permettere: viaggi e vacanze, abbigliamento, cinema, fino ad arrivare agli acquisti alimentari di ogni giorno. Non credo che tutto questo servirà a rilanciare l'economia.

A proposito di pensioni: rendendo più difficile di fatto l'accesso al sistema pensionistico, si oppone la classica incudine al martello di cui sopra. Si spera forse segretamente che un po' di disgraziati muoia di stenti nel frattempo, alleviando la contabilità della previdenza sociale?

Io credo che di questo si debba ragionare quando si parla di misure per lo sviluppo economico e produttivo. Altrimenti si fanno solo discorsi ipocriti e suicidi per tutta la società, e non solo per chi subisce nell'immediato questi soprusi.

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